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Gattobrutto

Questa è la storia di Gattobrutto, un gatto brutto, ma brutto, che non si poteva chiamare altro che Gattobrutto.
Era arrivato dai boschi con un messaggio, nascosto tra le paure per la sua malattia. Mi ha insegnato la cosa più importante, che non c'è amore nell'egoismo, nel volere qualcuno per sè a danno degli altri.
Quando l'ho finalmente capito, come un'antico messaggero se n'è tornato nel bosco, e non l'ho mai più rivisto.

Sono passati quasi dieci anni da quando un giorno, notai questo gattaccio che girava intorno a casa. Doveva essere vecchiotto, messo piuttosto male ma ancora forte, e un tempo, forse anche bello. Allora c'era la mia Cincia, Mimi, Gigio, i figli di Mimi e quelli della borgata. Gli davo da mangiare di fuori, perché allora c'erano i gatti "di dentro" e i gatti "di fuori". Ma lui di stare fuori non ne voleva sapere e non appena poteva si infilava attraverso lo sportellino. Una sera, d'accordo con la veterinaria, lo acchiappo e lo metto in un trasportino. Non si era scomposto più di tanto, se ne stava buono buono la dentro, per cui ne n'ero andato a letto tranquillo.

Il mattino dopo però il trasportino era ancora chiuso, ma senza il gatto... 'Sta bestiaccia era riuscita a forzare la porta e a sgusciare fuori... come, lo sapeva solo lui. Per un paio di giorni non si era fatto vedere... e si può capire, ma il posto gli piaceva e una sera eccolo che mi saluta col suo inconfondibile grugnito. Sì, perché lui non miagolava: grugniva. Sarà stata la sua rinite cronica o non so cosa, ma la sua voce ricordava più quella di un maiale che quella di un gatto. Lascio passare alcune settimane e lo rimetto nel trasportino per 'sta benedetta sterilizzazione, ma stavolta non mi faccio fregare e assicuro bene la porta del trasportino (col fil di ferro non si sa mai). L'intervento era andato bene, ma la veterinaria gli aveva fatto il test ed era risultato FIV.

Non ne sapevo nulla allora della FIV e di tutte quelle malattie. Pensavo che i miei gatti, lassù in mezzo ai boschi dovessero temere al massimo l'improbabile assalto di una volpe, o il farsi male saltando da un albero. "I suoi sono tutti negativi, questo non lo può tenere se non vuole che si infettino pure gli altri". La sentenza della mia veterinaria non ammetteva repliche: o lui fuori dalle balle, o mettere in pericolo la mia Cincia. Nella mia vita ho sempre cercato di evitare le decisioni drastiche, e l'idea di mandare via quel bruttone (ma come poi?) non mi andava. Ma nemmeno volevo e potevo mettere coscientemente a rischio la mia Cincia e la Mimi; loro, per cui avevo abbandonato la città e mi ero rifugiato lassù, per dargli alberi su cui arrampicarsi e prati per correre felici.

Ho provato a parlargli, a fargliela capire in ogni modo. "Senti, non ti voglio mandare via, ma tu cerca di stare alla larga. Ti porto da mangiare, di preparo una cuccia, ma non entrare in casa, non metterti a mangiare con gli altri. Tu sei un pericolo per loro: resta pure, ma stai in disparte". Grugnitino di assenso e dopo due minuti era dentro...

E' andata avanti così per settimane: pappa di qua, pappa di là, cuccia e cuccette in giro. Niente. Lui voleva stare in casa, mi saltava sulle ginocchia, voleva venire a dormire sul letto e ci veniva. Era un sabato d'autunno, me lo ricordo bene, quando dopo l'ennesimo "eccomi qui" e il mio "no, tu stai fuori", mi saltarono i nervi. "Adesso basta!". L'acchiappo, lo sbatto nel trasportino, lo carico in macchina facendo la faccia feroce e metto in moto tutto incazzato. Scendo fino alla borgata di sotto, accosto, apro 'sto trasportino e lo sbatto fuori. "Ecchecazzo, se proprio non la vuoi capire, adesso te ne torni nei tuoi boschi!". Sì, l'ho sperso (anche se in una borgata che dista meno di un chilometro...), ero esasperato, non lo sopportavo più. Me ne torno a casa, mi butto sulla poltrona, ne accendo una e "oh, finalmente di nuovo in pace".

No. Non avevo ancora finito la sigaretta e me lo vedo spuntare dallo sportellino... attraverso il bosco aveva fatto in fretta...
Sorriso mesto mio: "...ok, hai vinto tu, non mi hai preso sul serio, vero?" Grugnitino beffardo suo: "No, per niente..."

Da allora Gattobrutto è diventato il mio primo gatto FIV. E' vissuto con me, la Cincia e gli altri per oltre quattro anni in buona salute. Ne sono arrivati molti altri, Cincia si è infettata ma è poi morta di un tumore mammario che nulla aveva a che fare con la FIV. E' nata l'associazione con l'obiettivo di dare una casa ai gatti malati, a quelli che nessuno vuole.

Un giorno, mentre torno dal lavoro trovo Gattobrutto lungo la strada: "Che fai qui? vieni che andiamo a casa". Ho avuto un brutto presentimento, perché da quelle parti non ci andava mai. E infatti il giorno dopo era sparito. Non l'ho mai più rivisto, era tornato nei suoi boschi...

Gattobrutto mi ha insegnato che non ci sono i tuoi gatti e i gatti "di fuori", che le isole felici prima che impossibili sono ingiuste. Ero andato su quei monti per regalare un mondo perfetto alla mia Cincia, ma era un'illusione. Ora, su quei monti, un posto per i gatti "di fuori" ci sara' sempre.

Grazie Gattobrutto.