Intervista a Faletti
Intervistare Faletti, storico presidente del Cascinotto, non è un'impresa facile. Non perché sia uno che fa il prezioso, anzi è una persona disponibilissima: solo che quando comincia non lo fermi più. Le mille storie di animali e di solidarietà umana, la tensione sociale, i problemi del tenere insieme una grossa associazione si intrecciano in un conversare fitto e ricco di spunti che riesci a cogliere solo in piccola parte. Scusaci Gian se ne abbiamo perso dei pezzi...
Il Cascinotto di Collegno è il canile-gattile più importante dell'area torinese ed è gestito da un'associazione che conta 85 volontari attivi con una presenza media di 10-15 al giorno. Ospita un centinaio abbondante di cani e oltre 150 gatti. Una bella struttura, con ampi box per i cani, recinti e casette per i gatti che hanno la possibilità di uscire fuori. Il complesso del canile, che di recente si è arricchito di una nuova sezione di box e ha ristrutturato l'area dei gatti, l'infermeria e parte del corpo principale, si trova non lontano dal vecchio Ospedale Psichiatrico in una zona circondata da campi e prati dove i cani vengono portati a passeggio.
Ma cominciamo dalle origini. Siamo negli anni '80 e in una vecchia cascina in quello che oggi è il nuovo parco della Dora, viveano Cesare e sua moglie invalida con un paio di cani. Erano ospitati li', e in cambio dovevano badare alle mucche che il proprietario del terreno vi portava d'inverno. Alcune anziane signore, tra le quali Lidia Giraldi, la cui figura è oggi ricordata da un cartello posto all'ingresso del canile, cominciarono ad appoggiarsi a queste persone per custodire i cani che trovavano in giro. Lei, la Piera di Rivalta, Bruna Tomidei e altre a poco a poco trasformarono quella vecchia cascina in una specie di canile (ne ospitava una trentina) e gattile. "Ah, dovevi vedere come i gatti convivevano con i topi... uno spettacolo". Senza entrare nei particolari ci pare di capire che non fosse proprio un canile a norma ASL. Dopo Cesare si susseguirono altri personaggi. "Ad esempio Federico, che oggi definiremmo uno squatter. Era arrivato lì con tre o quattro cani sderenatissimi che aveva preso al canile dell'Enpa. Avreste dovuto vedere com'era la sua stanza: una cuccia unica, e lui che quando usciva era tutto tappato a puntino. Non ho mai capito come facesse... Poi c'è stato quello che allevava pincher, uno che era sempre ubriaco, teneva i cani malissimo... e ogni tanto gliene spariva qualcuno..."
In seguito, con Michele Suma, Cinzia Servente e altri si formò un gruppo che cominciò ad aiutare queste anziane signore nel lavoro al canile. Parlare di cani, gatti, animalismo in quegli anni era difficile, e nell'area politica in cui militavano (l'allora PCI) non c'era una maggiore sensibilità a questi temi. Ancor più di oggi, impegnarsi per gli animali appariva come un sottrarre tempo a cose 'ben piu' importanti', un impegno, che anche in buona fede, pochi capivano" La convinzione di quel gruppo di persone era però molto semplice. "Se noi abbiamo questa sensibilità per gli animali" ce l'avranno anche altri: bisogna solo tirarla fuori". Cominciarono col fare dei volantini, organizzare incontri a cercare di raccogliere gente attorno ad un progetto concreto: "prendersi cura di cani e gatti" nel modo possibile: in quella struttura, che oggi definiremmo fatiscente, che era il vecchio Cascinotto.
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