La storia di Robi
Fuori, la giornata doveva essere agli sgoccioli, perché se ne erano ormai andati quasi tutti spegnendo le luci, e presto quel posto sarebbe sprofondato nel buio: un buio rotto solo dai lamenti, dalle grida, dalle bestemmie di qualcuno che andava fuori di testa.
Robi aveva una quarantina d'anni; era una donna esile, che portava sul volto i segni di una passata bellezza. Ma era malata, respirava sempre più a fatica, tossiva e ogni volta sembrava che le si spaccassero quei poveri polmoni. Non mangiava quasi niente da tempo e quel suo corpo minuto si era fatto sempre più scarno; il volto solcato da rughe innaturali che non erano dell'età. In quel posto da mesi non le facevano più niente, la lasciavano in quella cella da sola tutto il giorno, le portavano un pò di cibo e basta. Di giorno vedeva un pezzo di corridoio e qualcuno che passava, di notte era solo il buio. Ora più niente, ma prima, quando era più giovane, quasi ogni giorno la trascinavano in un'altra stanza e gli facevano delle cose che lei non capiva, che a volte le facevano male da urlare e altre volte no.
C'erano tante ragazze come lei in quel posto, a volte si incrociavano e si scambiavano uno sguardo fugace quando gli sbirri le prendevano per portarle in quella stanza: ma solo uno sguardo era permesso, nulla di più. E poi cosa mai avrebbero avuto da dirsi? Robi non aveva la percezione del tempo come non l'aveva della sua stessa vita, non sapeva quasi parlare, non sapeva correre, non sapeva niente. Era nata in una specie di orfanotrofio, dove era cresciuta senza una madre, con dei fratellini che poi non aveva mai più visto e che ora nemmeno ricordava. Poi, ancora adolescente l'avevano portata lì dentro, in una di quelle celle tutte uguali a invecchiare e marcire. Per tutta la vita non aveva visto altro che quelle pareti, quell'altra stanza piena di attrezzi strani e quegli individui che di tanto in tanto la prendevano, la scrutavano, la toccavano, le mettevano delle cose in bocca o le piantavano degli aghi nel corpo: e basta.
Non c'era niente nella sua vita: niente presente, niente futuro né passato. Robi era un corpo in cui il sangue circolava, che si alimentava ed evacuava, che soffriva le sue tempeste ormonali, che quando poteva dormiva. Non pensava perché non c'era nulla a cui pensare, nulla che potesse desiderare se non che la lasciassero stare, che non venissero a prenderla per portarla di nuovo in quella stanza dove le facevano quelle cose di cui aveva tanta paura.
Non sapeva niente della vita, non sapeva cosa fossero il vento o la pioggia, né tanto meno cosa mai fosse l'amore, o meglio ricordava una sofferenza strana, un bisogno fisico che non capiva e non riusciva a calmare e che la faceva star male per giorni; che passava per poi ricominciare di nuovo. No, della vita qualcosa conosceva: lo star male, il soffrire, l'aver paura di quello che poteva succederle ogni giorno, in ogni momento.
I giorni belli erano quando non stava male e poteva starsene rannicchiata tutto il giorno in un angolo della sua celletta a seguire il volo insensato di una mosca, ad appisolarsi, a riaprire gli occhi, cercando un sogno che non poteva esserci perché non aveva nulla da sognare.
Eppure Robi era bella, era davvero bella a saperla guardare in quegli occhi insieme di donna e di bambina. Era bello il suo incedere fragile su quelle gambe magre, i suoi piccoli seni stanchi, il suo volto segnato; era bello pensare come la sua bellezza non si fosse arresa a quell'incubo infinito.
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