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Quella notte se ne stava sdraiata a guardare il nero del soffitto, senza che un pensiero solcasse quel vuoto: solo la sua maledetta tosse a scandire le ore che passavano. Non lo sapeva ancora, ma quella notte sarebbe stata l'ultima in quel posto. L'indomani sarebbero arrivate delle persone che l'avrebbero portata via da lì...

... ... ...

Non è l'incipit di un romanzetto di fantascienza, o il tentativo maldestro di riscrivere "Il Castello": questa storia è tutta vera, solo che Robi non è una donna ma una gatta che ha vissuto più di metà della sua vita in un laboratorio di sperimentazione. Robi è una gatta fortunata perché molte delle sue compagne di sventura escono solo dal camino (sì, è una citazione), senza mai aver visto la luce del sole o corso in un prato.

Non sono capace di pensare a cosa può essere una vita senza aver nulla a cui poter pensare, senza poter vedere nulla del mondo altro che le pareti di uno stabulario; non mi è possibile immaginare una vita in cui le uniche sensazioni siano la paura, la noia e la sofferenza. La vita degli animali "da sperimentazione" è tutta lì: nascono già malati (modificati geneticamente), o vengono infettati apposta, come è successo a Robi e alle sue compagne; vengono usati come materiale di consumo del valore di poche decine di euro, e poi semplicemente si buttano via come vuoti a perdere, come rifiuti speciali.

Le immagini strazianti di G. Berengario Garden, di quegli esseri sprofondati nell'atroce follia dei manicomi sono forse l'immagine più vicina di quello che può essere un laboratorio: lì non ci sono i muri scrostati e i cessi luridi, ma gli occhi degli animali rinchiusi ci raccontano la stessa sofferenza, la paura, l'abisso in cui venivano sprofondati quei disgraziati: abbandonati da tutti, maltrattati, violentati e umiliati per la colpa di non essere normali gli uni, per la colpa di non essere umani gli altri.

... ...oddio il cielo! Oddio la luce del sole, l'aria fresca di aprile! Oddio i colori, gli odori, lo spazio libero! Attraverso la grata del trasportino vedeva quel ben di dio e non si poteva capacitare, non sapeva se averne paura o gioire.

Poi un lungo viaggio in macchina: faceva caldo, aveva sete, doveva fare pipì ma non le importava; gli occhi spalancati a rincorrere gli alberi che fuggivano via veloci dai finestrini dell'auto, il sole che l'accecava, il buio di una galleria e il rimbombo del motore, e poi di nuovo il sole e la luce.

Arrivò in un posto bellissimo; un grande prato pieno di gatti che gironzolavano liberi, con gli alberi e tante piccole casette come in una fiaba che nessuno le aveva mai raccontato. Ciotole colme di pappa, l'erba, la ghiaia, e quella ragazza che se la teneva tra le braccia, le passava e ripassava la mano sulla testa e sulla schiena, le sfiorava il nasetto calcoloso con le labbra. Le parlava e le diceva cose che ancora non capiva, come con capiva che quelle erano carezze e baci; non capiva, ma le piacevano quei gesti così diversi dall'essere afferrata, costretta, immobilizzata.


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