Non comprare animali
Molta gente compra un animale perché non sa dove rivolgersi. Perché non sa che associazioni o rifugi hanno sempre dei cani, o dei gatti nel nostro caso, da dare in adozione. Altri lo fanno per comodità o perché pensano che un animale che proviene da un rifugio sia un animale malato o che abbia dei problemi. Altri ancora comprano un animale perché lo vogliono di quel colore, col pelo lungo tanto, col musetto così e gli occhietti cosà... Viviamo in un contesto culturale in cui gli animali, anche quelli di affezione, sono considerati delle cose, e non c'è da stupirsi che tanti trovino normale che un animale possa essere comprato e venduto, anche se poi ci affeziona...
Le ragioni per "non comprare" sono tante. Per non favorire un commercio che sfrutta gli animali, perchè bisogna chiedersi che fine fanno i cuccioli invenduti e le mamme "a fine carriera", perchè è assurdo che si mettano al mondo e si vendano dei cuccioli quando migliaia di cani e gatti vivono da reclusi in canili e gattili e aspettano solo un'adozione.
Ma sopratutto perché gli animali non sono cose, e solo le cose possono essere comprate e vendute.
"Non comprare" è importante perché rappresenta un passo avanti verso una cultura di rispetto degli animali.
In questo volantino che potete ordinare nella versione stampata in tipografia da AgireOra Edizioni troverete tutte le ragioni per non compreare animali.
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Compravendita di animali e abbandoni
Ogni anno al momento delle ferie si ripropone in modo più massiccio il problema degli abbandoni. Da anni si fanno campagne contro questo fenomeno osceno: che si usino i toni duri tipo "il bastardo sei tu che l'abbandoni" o meno il risultato purtroppo non cambia, o cambia ben poco.
Prendersela con la cattiveria o l'insensibilità degli umani serve a poco: anzi a niente. Come a niente o a poco servono le campagne dissuasive. Credo invece si debbano cercare di capire le ragioni di fondo del problema. Gli animali si abbandonano perché non servono più, perché ci si stufati, perché sono d'impiccio. Sono esattamente le stesse ragioni che ci spingono a sbarazzarci di un veccho sofà o dell'elettrodomestico che ci siamo accorti essere perfettamente inutile. Il cane lo si molla su una piazzola dell'autostrada, per il frigo vecchio si chiamano invece quelli dei rifiuti.
Per molta gente gli animali sono cose: un regalo per "il bambino", o un qualcosa da esibire o con cui divertirsi. D'altra parte, la più elementare evidenza che siano cose è che si comprano, per poche decine di euro o per qualche centinaia: il prezzo di una maglietta al mercato, o di un capo firmato. Se una cosa posso comprarla, quella è mia e ne faccio quello che voglio: posso tenerla con cura o rovinarla e buttarla via. Per tanta gente gli animali non sono degli esseri senzienti ma solo delle cose che hanno comprato, e quindi ne fanno ciò che vogliono. Che ci siano due o tre leggi che dicono cose un pò diverse non cambia la percezione che la gente ha degli animali.
La ragione prima dell'abbandono degli animali sta nell'idea di proprietà, di valore economico che il mercato gli attribuisce in quanto "oggetti".
Se si vuole davvero incidere sul problema dell'abbandono bisogna affrontare il problema del commercio di animali. Non è solo una questione di etica, ma l'unico strumento davvero efficace per contenere questo fenomeno. Bisogna riconoscere agli animali d'affesione lo status pieno di esseri senzienti e in quanto tali escluderli da ogni forma di commercializzazione.
Fino a quando non si arriverà a questo, bisogna muoversi in direzione di limitare e rendere sempre più problematico questo business consumato sulla pelle degli animali. Si cominci a vietare ogni sorta di "fiera del cucciolo" comunque organizzata, si cominci ad imporre davvero la tracciabilità degli animali, se ne vieti l'esposizione nei negozi, si richiedano standard restrittivi per la detenzione di animali in vendita... si cancelli la vergogna per cui è legale "vendere" e "comprare" un animale.
Imporre regole restrittive negli allevamenti e nel commercio di animali non è una misura utopica, non richiede chissà quale rivoluzione culturale: è semplice "animal welfare". Un recente articolo di cronaca relativo ad una nuova legge sulle "puppy mills" da poco varata in Pennsylvania dimostra quanto danno possa procurare agli allevatori e quante sofferenze degli animali si possano evitare, semplicemente imponendo standard più rigidi e controlli veri su queste strutture.
Mi auguro che anche qui da noi si persegua intanto questa strada: contrasto al commercio clandestino, ma anche controlli sugli allevamenti. Dalle grandi associazioni mi aspetto non tanto l'ennesima campagna contro l'abbandono che il piu' delle volte finisce per convincere chi convinto lo è già, ma una forte pressione a contrasto dell'allevamento e commercio di animali.

