Studi clinici in field
L'associazione era da poco costituita, e non c'era ancora alcuna ragionevole certezza di poter ottenere i permessi necessari per costruire un rifugio. Abbiamo però avuto l'opportunità di partecipare a questo convegno sulle metodiche alternative in veterinaria, e non ce la siamo lasciata sfuggire.
Allora erano con noi due gattine che non dimenticheremo mai: Robina e Certosina che provenivano proprio da un laboratorio. Sono arrivate da noi dopo 6 anni vissuti nelle gabbie di uno stabulario. Senza mai aver visto la luce del sole, senza mai un contatto, se non con i tecnici di laboratorio e i ricercatori che sperimentavano su di loro. Erano molto malate, infettate artificialmente di FIV, e in uno stato clinico assai precario. Neanche due anni e se ne sono andate...
Già allora avevamo altri gatti FIV, gatti che avevano contratto la malattia in modo naturale e che vivevano in un ambiente normale. Perché, ci siamo chiesti, non fare su di loro, sulle migliaia di altri gatti naturalmente malati quegli studi epidemiologici, quegli accertamenti, per cui invece Robina, Certosina e decine di altre hanno invece dovuto patire anni di reclusione?
Gli studi in-field, cioè condotti sul campo, senza rinchiudere gli animali negli stabulari e senza infettarli appositamente di qualche malattia già si facevano altrove. Perché quindi non cogliere l'occasione per ribadire l'importanza di studi veri su casi reali, che fossero un'opportunità e non una condanna per quegli animali?
Il documento che abbiamo presentato e di cui pubblichiamo alcune pagine verte proprio su questo. Ricerca sì, certo, ma a patto che si rispettino gli animali e che sia scientificamente valida. Due principi che non sono in contraddizione.
Estratto del documento sugli studi clinici

