Tilde, elettrochemioterapia su un grave carcinoma all’occhio

20/09/2020

Tilde era una “gatta di fuori”, una di quelle randagie che, quando trovano un posto dove c’è qualcuno che gli dà qualcosa da mangiare e un riparo, si accasano. Mantengono rigorosamente le distanze dagli umani, ma sanno che a volte possono anche essere utili. Lei si era accasata in una cascina abitata da due persone anziane e lì aveva messo al mondo le sue cucciolate.
Purtroppo, la signora che si occupava di lei è venuta a mancare e per Tilde era giunto il momento di cambiare aria, o perlomeno cercarsi un’alternativa. Così cominciò a frequentare una colonia nelle vicinanze che era gestita da una volontaria dell’associazione LaCincia.

Le colonie gestite sono una bella cosa perché trovi cibo e qualche cura ma il prezzo da pagare è la cattura per la sterilizzazione …e Tilde c’è cascata. In corso di sterilizzazione il veterinario tagliò anche la punta delle orecchie visto che c’era un inizio di quelle lesioni molto caratteristiche di carcinoma squamocellulare, piuttosto comune nei gatti bianchi che vivono all’aperto esposti ai raggi solari.
Ben fatto, perché quelle lesioni che solitamente cominciano ad intaccare la punta dell’orecchio non ci mettono tantissimo tempo ad estendersi all’intero padiglione e oltre.

Rimessa in colonia, ogni tanto ritornava alla vecchia casa dove c’era un’altra signora del posto che provvedeva a nutrire dei randagi come lei.
Fu quella signora che si accorse che c’era qualcosa all’occhio che non andava, ma era intoccabile: provò alla cieca con un ciclo di antibiotico nella pappa ma non si trattava di una banale infezione.

Passarono diversi mesi e la lesione all’occhio era diventata di dimensioni maggiori, si presentava più gonfia e sanguinante. Finalmente decide di entrare spontaneamente in un trasportino …forse è il caso di farsi un giro dal veterinario, eh Tilde!

Il “giro dal veterinario” è stato molto più lungo del previsto. Viene vista da tre veterinari della zona: tutti dicevano che non c’era nulla da fare e uno di loro fece, correttamente, anche una biopsia per confermare la diagnosi. Il referto istologico eviedenziava un carcinoma squamocellulare.

È a quel punto che la volontaria della Cincia mi parla del caso e il giorno dopo viene portata all’Istituto Veterinario di Novara per essere valutata dagli oncologi. La diagnosi era fin troppo facile e viene innanzitutto deciso di assicurarsi che sotto quel grumo di sangue e tessuto necrotico ci fosse ancora un occhio funzionate. E’ stata poi eseguita la cosiddetta “stadiazione”, che serve per capire se il tumore è solo localizzato o se ha infiltrato altri organi, come ad esempio i linfonodi ed i polmoni. Fortunatamente i linfonodi non presentavano metastasi ed i polmoni erano “puliti”.
Si è quindi deciso di concentrarsi sul problema locale, procedendo con l’elettrochemioterapia. Gli oculisti confermano che Tilde ci vede e che la lesione origina dalla palpebra inferiore. Gli esami ematochimici sono buoni e si procede. L’elettrochemioterapia (ECT) consiste nella somministrazione di un farmaco antitumorale ( EV o intralesionale ) e in una stimolazione elettrica nella zona della lesione (elettroporazione) che ha l’effetto di aumentare l’efficacia del farmaco, facendolo entrare all’interno delle cellule tumorale in una concentrazione 400 volte maggiore rispetto alla sola somministrazione del farmaco endovena, senza elettroporazione.

L’ECT non comporta gli effetti collaterali delle chemioterapie classiche (nausea, leucopenia, ecc.), comunque non molto frequenti in medicina veterinaria, ma la zona di cute interessata si può infiammare, deve essere tenuta pulita e trattata con creme e, nel caso di Tilde, colliri. Niente di complicato, ma lei non era molto disponibile e così, dopo ogni ciclo, resta alcuni giorni in clinica per le cure del caso.

Tilde nella sua nuova casa

Dopo circa tre mesi e tre cicli di elettrochemio Tilde “sembra nuova”: l’occhio è pulito e ci vede, ma a Novara hanno voluto essere perfezionisti e decidono per una chirurgia ricostruttiva della palpebra; in quella occasione si fa anche una biopsia che dà esito negativo per tumore: non ci sono cellule tumorali per cui viene considerata in remissione completa. Il risultato della ECT e della chirurgia è più che ottimo, ma le buone notizie per Tilde non finiscono qui.

Verso fine dicembre, la volontaria riceve la visita di un ragazzo per una donazione all’associazione: vede la gatta, chiede informazioni su di lei, ma la cosa finisce lì. Tilde resta ancora nel suo gabbione in attesa di decidersi a rimetterla fuori. Passano un paio di mesi e questo ragazzo richiama e si propone per l’adozione: Tilde ha felicemente trovato casa presso questa giovane coppia …ed è pure diventata domestica.

Elettrochemioterapia sul carcinoma cutaneo

In estrema sintesi l’elettrochemioterapia è una tecnica per far arrivare un farmaco antitumorale in modo mirato e più efficace sul tessuto affetto, limitandone gli effetti collaterali.
L’utilizzo dell’elettrochemioterapia in ambito veterinario è particolarmente indicato/praticabile nei carcinomi, adenocarcinomi, mastocitomi, sarcomi cutanei e sottocutanei.

Uno dei limiti della chemioterapia classica è quello di non essere in grado di colpire solo le cellule neoplastiche. Alcune di queste classi di farmaci hanno un effetto citotossico sulle cellule in rapida divisione, che è sì una caratteristica tipica delle cellule tumorali ma anche di altre linee cellulari che fisiologicamente si riproducono molto velocemente (mucosa gastroenterica, cellule del sangue, ecc.). Per questo ultimo motivo, si possono avere anche effetti collaterali per i danni causati alle cellule sane, ma questo per fortuna nella maggior parte dei casi non avviene.
L’efficacia di un farmaco dipende dalla capacità che ha nel raggiungere il bersaglio, che può essere un recettore di membrana a cui legarsi o quello di entrare nella cellula e agire su componenti citoplasmatiche o nucleari. La membrana cellulare è costituita da un doppio strato di fosfolipidi e non è facilmente oltrepassabile da qualunque tipo di molecola. Alcuni farmaci ad azione antitumorale avrebbero una buona efficacia ma sono di difficile utilizzo proprio perché non riescono a raggiungere il bersaglio, ad esempio perché non riescono superare la membrana cellulare.

L’elettroporazione è una tecnica che consiste nell’aprire dei “pori” attraverso la membrana cellulare tramite l’applicazione di un campo elettrico pulsato; a seconda dell’intensità e del tempo di applicazione queste aperture nella membrana cellulare possono essere temporanee o permanenti.
L’elettroporazione reversibile trova diversi ambiti di applicazione in campo biotecnologico (1) nella somministrazione di vaccini innovativi a DNA/RNA (2) e, in oncologia clinica, nella somministrazione mirata di farmaci antitumorali che in condizioni normali avrebbero ridotta efficacia.

Una seduta di elettroterapia dura una trentina di minuti e avviene in anestesia generale: il farmaco viene somministrato solitamente per via endovenosa; dopo alcuni minuti si applica il campo elettrico che provoca l’apertura di canali nella membrana che permettono al farmaco di entrare nelle cellule, dopodiché i canali si richiudono “imprigionando” il farmaco nelle cellule interessate dall’elettrostimolazione determinando la morta della cellula.
Il dosaggio dei farmaci utilizzati è molto basso proprio perché l’elettroporazione permette di aumentarne notevolmente l’efficacia (la citotossicità della bleomicina aumenta fino a 1000 volte): in questo modo gli effetti sistemici del chemioterapico sono minimi.
Inoltre, gli impulsi elettrici inducono una costrizione transiente dei vasi sanguigni riducendo il rischio di sanguinamenti (aspetto importante in alcuni tipi di tumori) e hanno anche un effetto sulle cellule endoteliali dei vasi riducendo in tal modo l’apporto ematico al tumore. In umana si può ulteriormente migliorare l’efficacia del trattamento somministrando determinate interleuchine e citochine che inducano una maggiore risposta immunitaria contro le cellule tumorali.

La bleomicina

Il farmaco più interessante nell’ECT è la bleomicina (3): si tratta di un antimicrobico di origine naturale prodotto da un batterio (Streptomyces verticillus) ad azione citotossica. La bleomicina è in grado di indurre un danno ossidativo che causa la rottura dei filamenti di DNA inducendo l’arresto del ciclo cellulare in G2 e l’apoptosi. Il farmaco può avere una potezionale tossicità polmonare (fibrosi), rischio ipotensivo, irritazione cutanea e viene escreto a livello renale.
Gli effetti collaterali ci possono essere, ma sono circoscritti ai tessuti trattati (irritazione, infiammazione, ecc.) e sono facilmente gestibili.

Fonti:

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