Le colonie possono essere un buon habitat per i gatti. È vero che non godono dei comfort di una casa né delle cure e delle coccole degli umani (ma mica a tutti interessano...), ma sono liberi e hanno rapporti sociali; e questo per un gatto è di fondamentale importanza. Le colonie devono però essere gestite: i gatti devono ricevere del cibo, delle cure quando possibile, e soprattutto bisogna controllare le nascite.

Sanita' nelle colonie

In termini sanitari le colonie sono un ambiente più sicuro dei gattili
Il rehoming dei gatti di colonia è, per quanto possibile, da evitare

La situazione sanitaria delle colonie presenta evidenti aspetti negativi ma anche aspetti positivi.
In negativo c’è un'alta incidenza di morti traumatiche: incidenti in primis, ma anche avvelenamenti e/o maltrattamenti. Ci sono scarse possibilità di cura e prevenzione sanitaria (vaccinazioni, profilassi antiparassitarie) vuoi perché si tratta di soggetti selvatici e quindi difficili da catturare e curare, vuoi perché le scarse risorse di chi se ne occupa sono assorbite dalla spesa per il cibo. Questo vale soprattutto per i gattini dove il tasso di mortalità è molto alto ma anche per gli adulti dove l'aspettativa di vita è sensibilmente ridotta rispetto ad un gatto di casa (varie fonti, ma ovviamente non ci sono dati certi, la collocano intorno ai 3 anni).
In positivo c’è una minore prevalenza di alcune patologie infettive che invece sono endemiche nei gattili: è stato dimostrato che le condizioni ambientali dei rifugi favoriscono la diffusione di calicivirus, herpesvirus (responsabili di malattie respiratorie e del orofaringeo) e coronavirus (patogeno che può dare origine alla FIP) sia per le condizioni di affollamento sia perché i soggetti portatori ne incrementano l'escrezione(*). La minor densità di popolazione, la disponibilità e la dispersione dei luoghi di deiezione limitano inoltre la diffusione di virus altamente infettivi quali il parvovirus e lo stesso coronavirus.

La decisione di ricoverare un gatto di colonia in un gattile non dovrebbe mai essere presa alla leggera considerando il gattile come un posto sicuramente "migliore". Quando non ci sono rischi immediati, quando la colonia è in qualche modo gestita è meglio lasciare i gatti nel loro ambiente. Bisogna anche tenere conto che la presenza di un selvatico in un rifugio rappresenta un problema sanitario in quanto non potendo essere sottoposto alle normali profilassi costituisce fonte di infezione per gli altri; non può nemmeno essere seguito meglio sul piano sanitario (anche solo per delle normali terapie) ed infine lui stesso è a maggior rischio di contrarre malattie.

Sicuramente i gatti di colonia devono essere sterilizzati: il controllo della popolazione è imprescindibile se si vuole combattere la piaga del randagismo. Non è una scelta contro natura perché cani e gatti non sono animali selvatici e non vivono in ambienti naturali ma antropizzati. Ad oggi la sterilizzazione chirurgica è l'unica possibilità che abbiamo per controllare la crescita della popolazione nelle colonie feline. Non si tratta solo di evitare epidemie e mortalità dei cuccioli ma è la condizione per rendere sostenibile la gestione della colonia e per limitare i conflitti di convivenza con la popolazione.
Le sterilizzazioni dovrebbero essere però fatte "bene", cercando di minimizzare i rischi concreti e quantitativamente significativi che questo tipo di intervento comporta.

Note
(*): Common virus infections in cats, before and after being placed in shelters, with emphasis on feline enteric coronavirus Pedersen et al, JFMS 2004

Sterilizzare come e sterilizzare chi

Bisogna sterilizzare anche i maschi e non solo le femmine

La scelta più corretta è quella di sterilizzare maschi e femmine. L'unica ragione razionale per non sterilizzare i maschi è economica ma spesso pesano anche pregiudizi culturali che andrebbero superati. Si consiglia di sterilizzare anche i maschi sia per contenere la trasmissione del FIV che per evitare gli spostamenti da una colonia all'altra con i rischi connessi (incidenti, lotte per il territorio).
Vi sono due tipi di interventi sulle femmine: ovariectomia e ovarioisterectomia: il primo prevede solo la rimozione delle ovaie mentre nel secondo caso viene asportato utero e ovaie. L'ovarioisterectomia è la scelta obbligata quando la gatta è gravida. La scelta del tipo di intervento sulle femmine è oggetto di dibattito: a favore dell'ovarioisterectomia vale la considerazione che si elimina la causa di possibili metriti (cioè di infezioni all'utero) che su un gatto randagio, dove ovviamente non si può intervenire in tempo, possono avere esito fatale. Per contro l'ovariectomia è un intervento meno invasivo: la cosa migliore è lasciare la scelta al chirurgo.

La gestione delle colonie

È fondamentale che la colonia sia seguita anche per garantire l’efficacia nel tempo delle campagne di sterilizzazione.
Le sterilizzazioni comportano sempre un rischio per gli animali: è importante rivolgersi a cliniche veterinarie in grado di garantire interventi in sterilità e condizioni di degenza sicure, in particolare per le malattie infettive (parvovirosi).

Individuare le colonie ed entrare in contatto con i referenti (dove ci sono) è la condizione necessaria per poter gestire il problema attraverso la programmazione degli interventi: siano questi le sterilizzazioni, o, nel caso, interventi di sostegno ai referenti nelle attività di cura. Questi contatti non solo utili sul piano pratico, ma servono anche a "non far sentire sole" le persone che si occupano della cura della colonia.
Il ruolo di queste persone è fondamentale in particolar modo a valle di una campagna di sterilizzazione. È infatti difficile che si riescano a sterilizzare tutti i gatti di una colonia, o che a quella colonia non si aggreghino poi altri gatti. È sufficiente che sfugga una gatta e dopo 6 mesi, 1 anno avremo un'altra decina di cuccioli pronti a procreare a loro volta... Di qui l'importanza di qualcuno che segua con costanza gli animali, li conosca e quindi possa intervenire o richiedere ad altri un intervento. Sterilizzare una colonia e poi abbandonarla a sé stessa, è un lavoro in gran parte sprecato perché non duraturo. È più utile intervenire dove c’è la prossimità di dare continuità e stabilità alla colonia.

Le operazioni di sterilizzazione su una colonia possono sempre comportare dei rischi fatali per i gatti: lo stress da cattura che "scatena" una patologia latente; i rischi aggiuntivi che comporta l'intervento chirurgico su un randagio di cui non si conosce la storia clinica; un possibile errore nelle operazioni di cattura/reinserimento...
Sono rischi relativamente bassi (anche se molto più alti di quelli accettabili sull'uomo) e bisogna fare il possibile per minimizzarli. È importante appoggiarsi a cliniche che siano attrezzate per fronteggiare possibili complicanze durante e dopo l'intervento, e che rilascino i gatti solo dopo alcuni giorni di degenza.
Appoggiarsi ad ambulatori che non hanno possibilità di degenza, dove le attrezzature sono necessariamente limitate è un sempre un rischio: a maggior ragione quando si tratta di un randagio che può più facilmente presentare complicanze. Inoltre un randagio può essere portatore di pericolose malattie infettive (panleucopenia in primis) e le degenze temporanee degli ambulatori non sono generalmente attrezzate per gestire questi casi.
Quindi, il consiglio è quello di rivolgersi sempre a strutture che possano offrire garanzie adeguate in termini di attrezzature e personale specializzato, anche se ciò può costare qualcosa in più.

TNR: cattura, sterilizzazione e reinserimento

Le sterilizzazioni delle colonie sono un intervento “protezionistico”: a vantaggio della specie più che del singolo individuo.

TNR sta per Trap, Neuter and Return ed è il termine con il quale si indica l'approccio alle campagne di sterilizzazione. Al momento questo è l'unico approccio serio, efficace e ampiamente validato sul campo, per affrontare il problema del controllo delle nascite nelle colonie feline. La sterilizzazione non chirurgica, tema su cui si sta studiando, non è ad oggi disponibile e si spera lo sia in un futuro prossimo.

Premesso che cattura e sterilizzazione non sono certo un piacere (né per gli operatori, né tantomeno per i gatti) e che comportano rischi non trascurabili, il problema del randagismo deve essere affrontato. In territori fortemente antropizzati gatti (e cani) vivono in un ambiente che di naturale ha ben poco, i metodi che Madre Natura ha previsto per mantenere l'equilibrio delle diverse specie sono stati stravolti. Non ci sono più i predatori, c’è maggiore abbondanza di cibo (sì, anche rovistare nei bidoni è "cibo"), cani e gatti almeno in parte vengono curati. E non possiamo lasciare l'intero "lavoro" alle epidemie...
Deve essere chiaro che gli interventi di sterilizzazione sui randagi si fanno in ottica "protezionistica" e vanno valutati in termini di vantaggi/svantaggi per "la popolazione", e solo in secondo luogo, e in teoria, "sono un bene per il singolo individuo”. I vantaggi che la sterilizzazione garantisce in termini di minor rischio di tumori e di trasmissione di malattie infettive (FIV) sono molto relativi per i randagi dove le cause di mortalità sono spesso banali (parassitosi, incidenti, infezioni, ecc.) e comunque l'aspettativa di vita è molto limitata rispetto a quella di un gatto domestico. Magari vedessimo i randagi morire per tumore...

Strumenti per la cattura

Lo strumento di cattura d’elezione sono le “gabbie trappole”; evitare i tentativi con acepromazina
Evitare le catture nelle stagioni delle cucciolate
Evitare di lasciare la gabbia incustodita quando fa molto caldo o freddo
Disinfettare sempre le gabbie tra una cattura e l’altra

L'unico strumento efficace è quello della gabbia trappola (non si trovano nei negozi di animali: rivolgetevi ad una associazione o a siti specializzati). Si tratta di una specie di trasportino stretto e più lungo del normale con un meccanismo di chiusura automatica. Si mette un po' di cibo al fondo (meglio usare delle scatolette particolarmente appetitose, sardine, tonno…), si arma il meccanismo, e si attende che il gatto entri di sua spontanea volontà.

Può essere utile mettere una coperta che copra la gabbia in modo che sembri una specie di tana. I gatti sono in genere diffidenti, per cui a volte bisogna abituarli mettendo il cibo dentro la gabbia avendo prima bloccato il meccanismo di chiusura (con un cordino, una zeppetta sotto il predellino, ecc.). Quando, dopo alcuni giorni il gatto si sentirà sicuro, si attiva il meccanismo di chiusura per la cattura.

Esistono anche gabbie radiocomandate: sono simili alle altre e differiscono per il fatto di essere dotate di un meccanismo con radiocomando che attiva la chiusura. Queste gabbie richiedono ovviamente la presenza di un operatore, che da una certa distanza, faccia scattare il meccanismo. Sono utili quando si deve catturare "proprio" quel gatto: vuoi perché è l'ultimo che deve essere sterilizzato o perché deve essere curato.

Quando scatta il meccanismo e il gatto capisce di essere in trappola; com’è naturale si spaventa e si agita, ma dopo pochi minuti, rendendosi conto che non ha vie di fuga, si acquatta in un angolo e resta vigile, nervoso, ma fermo. È importante che la gabbia sia stretta e non permetta molti movimenti perché in questo modo si evitano le piccole ferite che potrebbe procurarsi nei primi minuti dopo la cattura. L'importante è lasciare l'animale tranquillo e coprire la gabbia.

È bene che l'operatore assista alla cattura in modo da poter coprire subito la gabbia trappola con un telo e portarla nella struttura veterinaria preventivamente allertata evitando inutili "soggiorni" in clinica. Evitate in ogni caso di trasbordare il gatto dalla gabbia ad un trasportino per evitare rischi di fuga: ci penseranno nella clinica a metterlo in una gabbia di degenza.

Un gatto chiuso in trappola per lungo tempo, agitato e quindi sotto forte stress, può incorrere in ipertermia in estate o ipotermia in inverno: entrambi questi stati possono essere fatali. Quindi mai mettere una gabbia in pieno sole d'estate o di sera in inverno e passare dopo ore (o il mattino dopo) per vedere se qualcuno è entrato.

Quando ci si rende conto che una femmina ha appena partorito non si devono tentare catture, o comunque si deve evitare di catturare quella gatta. Chiedete sempre al veterinario di controllare il sesso e, se femmina, se ha le mammelle gonfie. In tal caso evitate la sterilizzazione e riportatela subito sul posto. I piccoli senza mamma, soprattutto nei primi giorni sopravvivono solo poche ore tra una poppata e l'altra. Salvo casi di autentica emergenza è quindi meglio evitare le catture nel periodo delle cucciolate.

Evitate le catture multiple. È un metodo pratico e molto utilizzato negli USA (spay days) in cui si catturano molti gatti e si sterilizzano “in serie”. Nella nostra realtà è però poco applicabile in quanto non esistono strutture che possono accogliere molti gatti alla volta e in ogni caso è un fattore di rischio aggiuntivo per quanto riguarda le “patologie infettive latenti”. Meglio uno alla volta.

Le gabbie di cattura devono sempre essere disinfettate con candeggina (almeno con quella commerciale ma pura, non diluita) e/o Virkon-S ®. Non effettuare la disinfezione è un “ottimo” sistema per diffondere pericolose malattie infettive tra una colonia e l'altra (anche se non abbiamo evidenza della presenza di virus pericolosi).

Catturare i gatti con la trappola può fare una brutta impressione ma è l'unico metodo efficace. Tentare di farli entrare nel trasportino, anche quando si tratta di gatti che si fanno toccare è controproducente. Di solito si rivoltano quando si rendono conto che li si vuole prendere e poi diventano estremamente diffidenti per cui ulteriori tentativi anche con la trappola risulteranno più difficili.

Altrettanto sbagliato è tentare con i sonniferi (acepromazina - Killitam ®). Il dosaggio non è semplice, non si può essere sicuri di quanto farmaco effettivamente assuma l'animale, e soprattutto questi farmaci non hanno effetto immediato. Il gatto sotto l'effetto del sonnifero si può spostare, può andare a nascondersi in punti inaccessibili... e può correre dei seri rischi se dovesse attraversare una strada o tentare di arrampicarsi in posti pericolosi. Parliamo oltretutto di farmaci che se assunti in dosi eccessive possono essere pericolosi ...quindi è proprio un metodo da evitare. L'uso di "sonniferi" ha un senso solo quando si tratta di catturare un gatto in un ambiente chiuso. Ma anche in questo caso allertate sempre la struttura veterinaria in modo che possa intervenire se qualcosa va storto...

Il reinserimento in colonia

Reinserire i gatti in colonia solo alcuni giorni dopo l’intervento

Va innanzitutto ricordato che il reinserimento nelle colonie feline è previsto per legge, e che le colonie possono essere spostate solo per gravi ragioni e dietro il permesso dell'ASL di competenza.

Quando è possibile, vedete di organizzarvi per un periodo di degenza di alcuni giorni post-intervento: o in clinica, o in un gabbione presso qualche volontario. Evitate la pratica di reimmettere in colonia i gatti in colonia appena svegli. È un fattore di rischio aggiuntivo che si può evitare.
Il veterinario di solito ci consegna il gatto in un trasportino (sempre meglio usare quelli in metallo che hanno una chiusura più sicura). Giunti sul posto è bene lasciare al gatto il tempo di capire che si trova nuovamente a casa: quindi lasciarlo nel trasportino chiuso per qualche minuto in modo che possa guardarsi attorno e poi lo si libera. È normale che il gatto schizzi via e che non lo si veda in giro per qualche giorno.

Affidare il gatto ad un rifugio. Questa pratica è da sconsigliare e non solo perché di rifugi ce ne sono pochi e non ci sono posti disponibili ma perché si rischia di fare un danno ai gatti. La colonia da cui provengono è "a rischio"? D'accordo... ma un rifugio non è meglio. I gatti patiscono fortemente il cambio di ambiente, il dover ristabilire rapporti gerarchici con altri gatti, e non dimentichiamo che lo "stress" non è solo un malessere psicologico ma può avere anche pesanti ripercussioni sulla salute (vedi possibile insorgenza di FIP e altre patologie). Parliamo di gatti con un'indole selvatica che hanno subito una cattura e un intervento... li mettiamo ancora in un altro posto a loro estraneo, con compagni sconosciuti... Immaginate cosa provereste voi!
Se non c’è "davvero" un rischio concreto ...evitate, e riportateli a casa loro.

Aspetti veterinari

Abbiamo già accennato che cattura e sterilizzazione rappresentano un rischio. Vediamo ora più in dettaglio di quali rischi si tratta è cosa si può fare per limitarli. Limitarli, non annullarli.

Stato di salute del gatto

Stato sierologico

Evitate inutili test FIV/FeLV che rappresentano un costo e non danno alcun vantaggio.
Non ha alcun senso cercare un rehoming per un gatto di colonia FIV/FeLV positivo.

Un gatto FIV e/o FeLV in buona salute deve essere sterilizzato se non altro per evitare la trasmissione verticale, da madre a figli di queste malattie.
Queste patologie possono però “nascondere” altro (es. anemia) e quindi conoscere lo stato sierologico (cioè FIV/FeLV) sarebbe utile per decidere ulteriori controlli, scegliere il protocollo anestesiologico più adatto, prevedere un ricovero più lungo. È tecnicamente fattibile; ha però senso farlo solo se c’è la possibilità di tenere ricoverato il gatto e di affrontare i costi delle eventuali cure.
Testare per FIV/FeLV un gatto è totalmente inutile, ed è altrettanto stupido cercarne una improbabile sistemazione se lo si scopre FIV o FeLV positivo: molto probabilmente anche gli altri sono positivi e non ha alcun senso spostare proprio quello.
A maggior ragione non si devono fare i cosiddetti “test FIP”, che in realtà sono test per il comune coronavirus felino (FCoV) e non sono assolutamente indicativi di una eventuale FIP (vedi qui).

Normalmente, chiedere di fare un preoperatorio ad un gatto di colonia viene visto come una richiesta strampalata o eccessiva ma non è affatto così. In medicina umana questi controlli si fanno per interventi ben più leggeri e francamente non si capisce perché non si dovrebbero fare su un gatto. Sì, è un costo aggiuntivo... ma magari evitate di uccidere un gatto giovane e sano.

Infestazioni parassitarie

È sempre consigliabile una lastra per evidenziare possibili strongilosi od altre infezioni polmonari

Bisogna distinguere tra gatti adulti e gattini intorno ai sei mesi di età. Per i gattini possono essere pericolose anche le “normali” infestazioni parassitarie intestinali. Per i gatti adulti possono invece essere molto pericolose infestazioni parassitarie polmonari (Aelurostrongylus spp, Troglostrongilus spp(*)): se ne può sospettare la presenza attraverso una lastra e si possono diagnosticare attraverso un esame feci (ricerca con metodo Baermann su almeno 3 campioni, possono esserci dei falsi negativi) e si possono trattare(**). Una semplice lastra può evidenziare anche polmoniti, broncopolmoniti, ecc. che comunque comportano lo stop all'intervento e relativo trattamento.

(*): The european wildcats as reservoir hosts of Troglostrongylus brevior lungworms; Falsone et al; Veterinary Parasitology; 2014
(**): Il trattamento delle strongilosi polmonare è con fenbendazolo ma possono essere usati anche selamectin e altri antiparassitari ad uso topico: vedi qui

Patologie infettive latenti non diagnosticabili

Sulle infezioni latenti da parvovirus e coronavirus non si può fare nulla

Sostanzialmente si tratta di parvovirus e coronavirus e rappresentano l'aspetto più insidioso. Ci si può trovare nella situazione in cui in una colonia c’è la presenza di parvovirus (agente eziologico della panleucopenia) e questo non deve stupire anche se non si registrano dei casi. Uno studio(*) condotto in gattili in USA ha dimostrato che una significativa percentuale di gatti adulti (20-30%) espelle il Canine Parvovirus (CPV) che infetta anche i gatti pur non presentando alcun sintomo della malattia. Ne consegue che in una colonia vi possono essere gatti che hanno acquisito l’immunità al virus e altri (specie i cuccioli/giovani adulti) che questa immunità non ce l'hanno, o che non è totalmente sviluppata o che hanno la malattia in incubazione. Lo stress della cattura e del successivo intervento può quindi “scatenare” la malattia che, in condizioni normali, avrebbe anche potuto, forse, non manifestarsi.
La presenza di una infezione latente da parvovirus non si può diagnosticare. Per questo non bisogna fare catture multiple specie sui soggetti più giovani e quindi più a rischio. L'unica contromisura efficace sarebbe la preventiva vaccinazione dei gatti ...cosa purtroppo difficilmente fattibile.

Per quanto la prevalenza del coronavirus (FCoV) nelle colonie sia più bassa di quanto si riscontra nei gattili(**), costituisce pur sempre un fattore di rischio. Stress da cattura e stress anestesiologico possono causare l'insorgere della FIP (e quindi della morte del gatto a distanza di giorni/settimane dall'intervento). Per quanto riguarda questo rischio si può davvero, e correttamente, parlare di “fatalità” perché la patogenesi della FIP è del tutto impredicibile: lo stress viene riconosciuto come uno dei possibili fattori scatenanti ma nulla più.

(*): Canine parvovirus in asymptomatic feline carriers. S.R. Clegg et al; Veterinary Microbiology; dec 2011
(**): Common virus infections in cats, before and after being placed in shelters, with emphasis on feline enteric coronavirus; Pedersen et al.; J. Feline Med and Surgery; 2004

Patologie in essere diagnosticabili

Gatti disidratati, defedati o eccessivamente magri non vanno sottoposti a sterilizzazione se non dopo esami che ne escludano patologie importanti.

Un gatto può essere affetto dalle più varie patologie per cui in contesti normali si sconsiglia o si differisce la sterilizzazione. Possiamo spaziare dalle patologie delle alte vie respiratorie, a patologie croniche (renali in primis) a problemi di varia natura a carico di qualunque distretto dell'organismo. Sui “gatti di casa” è buona pratica effettuare una visita clinica, un emocromo, un profilo biochimico e una lastra al torace: se tutto a posto si procede con l'intervento.
Applicare un protocollo analogo sui randagi (costi a parte) ha senso solo se la struttura ha la possibilità di sedare il gatto, fare immediatamente gli accertamenti, valutarli e poi andare in chirurgia. Questo è possibile se la struttura ha un laboratorio interno e se è organizzata per gestire questa procedura. È chiaro che sedare un gatto per fargli lastra e prelievo, mandare gli esami in un laboratorio esterno e ricevere i risultati giorni dopo rende impraticabile questa procedura. Questo almeno per la “routine”. Con l'occhio clinico del veterinario, e il consenso dell'associazione, si può però applicare questa procedura nei casi sospetti. Al gatto che appare in salute no, a quello che desta qualche dubbio sì
Un protocollo che non preveda mai esami preoperatori non è a nostro avviso accettabile (anche se perfettamente "legale" e spesso praticato da strutture pubbliche).

Intervento chirurgico

Anestesia

Preferite sempre l’anestesia gassosa

Il rischio anestesiologico esiste sempre in qualunque intervento ed è di due tipi. Reazione allergica/anafilattica (anche alla preanestesia): questo tipo di reazione è impredicibile e può in genere, ma non sempre, essere contrastata se si interviene immediatamente con la somministrazione di antistaminici o cortisonici e gestendo il caso in modo appropriato.
Rischio durante l'intervento: gli interventi di sterilizzazione si possono effettuare in anestesia chimica (iniettabile) o gassosa (il gatto viene intubato e si ha un accesso venoso). Sebbene l'anestesia gassosa sia la migliore: risveglio immediato senza gli effetti collaterali dei farmaci (allucinazioni, difficoltà di equilibrio, ecc.), entrambe le tecniche sono "tecnicamente" adeguate allo scopo ...salvo imprevisti sempre possibili. L'anestesia chimica è poco controllabile mentre l'anestesia gassosa sì. Nel caso di un qualunque incidente (dalla resezione accidentale di un vaso, alla “scoperta” di una massa, ad una apnea) ... chirurgo ed anestesista hanno molte più possibilità nel gestire l'emergenza se il gatto è in anestesia gassosa piuttosto che non in chimica. Ovviamente la sala chirurgica deve essere attrezzata per gestire questi casi. In ogni caso, ripetiamolo pure alla noia, un intervento chirurgico è un intervento chirurgico e va fatto in condizioni di massima sicurezza.

Sterilita', chirurgia e sutura

La sterilità nell’intervento è particolamente importante ed ancor più lo è sui randagi

Una sterilizzazione è una chirurgia e deve essere eseguita in sterilità (devono cioè essere sterili i teli, il filo di sutura, i guanti, ecc.). È vero che i gatti sono molto resistenti alle infezioni che possono acquisire durante questi interventi, ma però – paradossalmente – per sterilizzare i randagi servirebbero standard più alti che per i gatti di casa per la semplice ragione che una infezione su un gatto di casa si può individuare e trattare mentre su un randagio, una volta liberato, no.
Sutura: sul gatto di casa può essere usato il collare di elisabetta e quindi il rischio che il gatto (leccandosi) si tolga i punti anzitempo non è un vero problema, ma sul randagio no: questo rischio esiste e per questo è anche importante utilizzare tecniche di sutura adeguate. Per questo è bene non liberare subito i gatti, ma fargli fare una degenza di una settimana per poter tenere la ferita sotto controllo

Gabbie di degenza

Se le condizioni di degenza non sono ottimali sono una importante veicolo di infezione: da parvovirus in primis.

Chiunque abbia fatto un po’ di sterilizzazioni avrà avuto esperienza di “infezioni nosocomiali” che spesso vogliono dire panleucopenia. È sempre difficile se non impossibile appurare l'origine di queste infezioni ma sicuramente ambulatori che non dispongono di gabbie concretamente e facilmente pulibili (cioè gabbie completamente in acciaio tipo Shor-line®), che non usino di norma disinfettanti efficaci contro il parvovirus (in primis ipoclorito di sodio), che “lavorano” con associazioni e quindi accolgano gatti e gattini di colonia costituiscono un fattore di rischio importante.
Quindi sempre rivolgersi a strutture siano adeguate sotto questo profilo.

Un protocollo per le sterilizzazioni

Mai guardare solo al prezzo ...non siete al mercato!

Va bene che chi fa sterilizzazioni deve mettere in conto l'incidente (anzi "gli" incidenti) ma ciò non esime dal cercare di fare il possibile per evitarli. Visto che il “core” di un progetto di sterilizzazione è l’intervento chirurgico è su questo aspetto che vanno concentrate le maggiori attenzioni. E’ chiaro che per ragioni di costo e per l’indole selvatica dei randagi non si può applicare lo stesso protocollo di un gatto di proprietà ad un gatto di colonia. Sicuramente però ci sono ampi spazi tra il peggio e l’ottimo.
Mai puntare solo al minor prezzo: gli esami preoperatori, una camera operatoria ben attrezzata, la presenza di un anestesista durante l’intervento, la sterilità della sala, un reparto degenza “pulito”, ecc. …costano e chi fa prezzi stracciati, in genere non lo fa solo per “amore degli animali” ma perché ha costi minori.

Quanto ci sentiamo di consigliare è questo:

  • Rivolgersi a cliniche che possono garantire un reparto degenza, una camera operatoria per tessuti molli, la presenza di un anestesista ed un radiologico.
  • Esami preoperatori: oltre l’ovvio che il gatto debba essere valutato all’esame obiettivo, l’ideale è effettuare un profilo ematologico (minimalmente: ematocrito, conta dei globuli rossi, bianchi e piastrine) e un biochimico (minimalmente : parametri renali ed epatici di base, albumina): questo ci permette di escludere infezioni in corso, patologie renali ed epatiche, trombocitopenia (problemi di coagulazione). Non tutte le cliniche dispongono di macchine per effettuare questi esami rapidamente cosa che rende impraticabile questa procedura sui randagi in quanto comporterebbe una doppia sedazione. In alternativa un emogas ha i requisiti di immediatezza e fornisce risultati utili anche se non completi (non riporta la conta dei globuli bianchi, delle piastrine e dei parametri epatici).
  • Rx torace: è ovviamente più attendibile che non la semplice auscultazione (oltretutto effettuabile solo su un animale sedato): anche qui, valgono considerazioni di costo e disponibilità della struttura.
  • Intervento chirurgico: indipendentemente dalla scelta tra ovariectomia e ovarioisterectomia (non ci sono linee guida consolidate su questo e quindi la decisione spetta al chirurgo) è consigliabile effettuare, mentre il gatto è ancora anestetizzato, una singola somministrazione di vaccino RCP: ci sono studi(*) che hanno dimostrato una buona efficacia anche in assenza di richiamo
  • Profilassi antibiotica: è sempre consigliabile, sia per l’intervento in sé, sia perché l’animale può avere in corso altre infezioni che non sono state rivelate. Si consiglia l’utilizzo di cefovecina (Convenia ®, singola somministrazione) o di amoxicillina clavulanata quando c’è la possibilità di continuare la terapia per il periodo necessario (almeno 5gg, due volte al giorno, somm. orale).
  • Profilassi antiparassitaria: è bene cogliere l’occasione per una profilassi antiparassitaria/antielmintica ad esempio con praziquantel e pirantel (Drontal®, singola somministrazione), selamectin (Stronghold®, pipetta interascapolare), fenbendazolo (Panacur®, almeno 3gg, somm. orale), ecc.
  • Degenza: è fortemente consigliabile tenere i gatti almeno 24 ore post-intervento in clinica e proseguire la degenza in altra sede per altri 3-5gg prima del ritorno in colonia. E’ fortemente sconsigliato reimmettere i gatti in colonia subito dopo l’intervento (a maggior ragione in inverno: l’anestesia causa ipotermia).

(*)Response of feral cats to vaccination at the time of neutering; Fisher SM et al.; J Am Vet Med ;2007