Linee guida per la vaccinazione del gatto (AAFP, WSAVA, ABCD)

rivisto il 20/03/2019

Questo articolo riprende e aggiorna una sintesi delle linee guida internazionali pubblicato in precedenza. Le linee guida cui si fa riferimento e le raccomandazioni in esse contenute sono il frutto del lavoro interdisciplinare di esperti di immunologia, malattie infettive e medicina interna che collaborano nell'ambito di organismi veterinari di rilevanza internazionale.
In questo articolo si parla della vaccinazione in generale con particolare rifeimento ai vaccini "core" (o RCP), cioè quelli contro la panleucopenia, herpesvirus e calicivirus (FPV, FHV-1, FCV); per i dettagli relativi ai singoli vaccini e a quelli non core (FeLV, rabbia, ecc.) rimandiamo alle linee guida citate.

Linee guida sulle vaccinazioni:

Principi e meccanismo d'azione dei vaccini

L'invenzione della vaccinazione come profilassi contro le malattie infettive viene attribuita ad Edward Jenner che, a fine settecento, sperimentò con successo un rudimentale vaccino contro il vaiolo inoculando ad un ragazzino il siero ricavato da una pustola infetta di una mucca. Da allora i progressi della medicina hanno permesso di chiarire il meccanismo d'azione dei vaccini e la tecnologia biomedica è oggi in grado di produrre vaccini profilattici per molte malattie virali e batteriche che colpiscono uomini ed animali.
Dal 1980 il vaiolo è ufficialmente eradicato su scala globale grazie ai programmi di vaccinazione di massa.

La vaccinazione ha l'obiettivo di stimolare la risposta adattativa del soggetto ad un determinato antigene e consiste nella somministrazione di una piccola, e comunque innocua dose di antigene, o di un determinante antigenico.

Il sistema immunitario dei mammiferi è un sistema estremamente complesso che si può distinguere in due componenti tra loro cooperanti: l'immunità innata e l'immunità adattativa. L'immunità innata è costituita da diversi tipi di cellule specializzate, proteine circolanti (il sistema del complemento) e citochine di segnalazione che sono in grado di riconoscere ed eliminare una serie di patogeni che presentano un pattern caratteristico (essenzialmente certi tipi di batteri) che li distingue dalle cellule dell'ospite. L'immunità innata ha la caratteristica di rispondere ad infezioni di questo tipo in modo molto rapido e sempre ugualmente efficiente alla prima e alle successive esposizioni.

L'immunità adattativa, al contrario di quella innata, è invece "specifica": è cioè in grado di riconoscere ed attaccare quello e solo quello specifico patogeno. Un particolare tipo di cellule immunitarie, i linfociti, hanno la caratteristica di essere estremamente diversificati tra loro: virtualmente, ognuno di essi è in grado di riconoscere solo uno specifico antigene ed essere "indifferente" agli altri. Alcuni tipi di cellule (le cellule dendritiche e altre) hanno il compito di catturare e portare nei linfonodi questi patogeni e lì "presentarle" ai linfociti di passaggio fino a trovare quei pochi che sono predisposti a riconoscerlo. A seguito del riconoscimento, queste cellule si moltiplicano, mettono in campo dei meccanismi effettori (es. gli anticorpi) e sopratutto alcune di esse, destinate a vivere molto tempo, assumeranno delle funzioni di "memoria".
Dopo circa una settimana avremo quindi un gran numero di linfociti specifici in grado di rispondere in modo efficace a questi patogeni sia quando si trovano negli spazi extracellulari (immunità umorale) che quando hanno infettato delle cellule (immunità cellulo-mediata). Alla risoluzione dell'infezione, questi linfociti che si sono moltiplicati in gran numero, avendo concluso il loro compito, sono destinati a morire, ma le cellule memoria sopravvivranno per un tempo molto lungo (diversi anni). Se in seguito, il nostro organismo andrà incontro ad una nuova infezione dello stesso patogeno, le cellule memoria saranno in grado di organizzare una risposta molto rapida, bloccando l'infezione agli stadi iniziali o facendo comunque in modo che la malattia abbia un decorso sub-clinico. Detto in altri termini, se sopravviviamo alla prima infezione di un certo patogeno resteremo poi immuni alle successive esposizioni.

Jenner non poteva saperlo, ma il vaccino funziona proprio così: "simula" un'infezione e quindi "addestra" il nostro sistema immunitario in modo tale che risponda in modo veloce ed efficace a quella specifica infezione quando e se capiterà.
I vaccini sono strumento di profilassi: non servono a nulla, ed anzi possono essere dannosi quando l'infezione è in corso, ma mettono in condizione il soggetto di rispondere in modo efficace se e quando sarà esposto al patogeno.

Perché vaccinare

Le vaccinazioni hanno un doppio scopo: da un lato proteggere l'individuo, dall'altro proteggere la popolazione.

Che si vaccini per proteggere l'individuo è evidente; meno evidente, ma non meno importante, è che la vaccinazione serva a proteggere la popolazione (compresi i soggetti non vaccinati) attraverso quello che si chiama "effetto gregge" (herd immunity). Per comprendere come la vaccinazione possa servire a questo scopo bisogna ricordare che i virus (principali ma non unici target dei vaccini) si replicano solo all'interno delle cellule di un individuo: nell'ambiente possono vivere più o meno a lungo (da minuti a diversi mesi) ma non si possono riprodurre. Se in un determinato ambiente sono presenti dei virus ma questi non riescono ad infettare degli individui perché immunizzati, e quindi non possono riprodursi e sostenere il ciclo infezione-riproduzione, prima o poi sono destinati a morire e in quel territorio la malattia si può considerare eradicata.

L'eradicazione non è però il solo motivo per cui si spinge a vaccinare una percentuale di popolazione molto ampia; l'altra ragione, più immediata e concreta ed indipendente da politiche di eradicazione, è che ci sono individui che non possono essere vaccinati (immunodepressi) o sono troppo giovani (interferenza con gli anticorpi materni) o sui quali il vaccino non risulta pienamente o per nulla efficace (fallimento vaccinale). Gli epidemiologi hanno valutato che si ha una protezione ottimale quando almeno una certa percentuale della popolazione è stata vaccinata (il famoso 95% di cui si parla nelle vaccinazioni umane sui bambini): si tratta di una soglia che garantisce, in termini statistici, che non ci possano essere serbatoi (reservoir) del patogeno in questione.

I vaccini sono pensati principalmente per proteggere dalle malattie trasmissibili ma ci sono vaccini che hanno obiettivi diversi: il tetano, ad esempio, non è infettivo ma le conseguenze possono essere di tale gravità per cui è più che giustificata la vaccinazione come strumento di prevenzione individuale. Un altro caso è quello della riduzione del rischio zoonosico, ad esempio per la rabbia dove, nelle zone in cui esiste questo rischio, la vaccinazione degli animali domestici è obbligatoria e serve ad evitare che possano infettarsi dal contatto con animali selvatici e poi trasmetterla all'uomo.

Quando vaccinare (MDA, DOI)

In primo luogo va ricordato che non ha alcun senso (e può essere dannoso) vaccinare quando la malattia è in corso, quando il soggetto presenta altre malattie e/o il l'animale può essere esposto a breve: in altri termini non ha senso vaccinare un gattino subito prima di metterlo in un ambiente a rischio. I vaccini garantiscono immunità non prima di 7-30 giorni o più dall'inoculo (dipende dalla malattia per cui si vaccina, dal tipo di vaccino, dall'età/condizione dell'animale); quando si segue il normale corso vaccinale si considera immunizzato un soggetto ad almeno una settimana dal richiamo. Il gatto appena vaccinato, e quindi non ancora immunizzato, va considerato un soggetto naïve e deve quindi restare in un ambiente non a rischio.

MDA (Maternal Derived Antibody): i cuccioli nei primissimi giorni di vita possono ricevevere degli anticorpi attaverso il colostro e in misura minore attraverso il latte materno che garantiscono una protezione nei primi mesi di vita. "Possono" non significa che sicuramente ricevano perché non è detto che la madre disponga di tali anticorpi (perché immunodepressa, perché mai esposta/vaccinata) e quindi questi cuccioli non beneficeranno di questa forma di protezione. Gli anticorpi materni, quando ci sono, possono però interferire con il vaccino (nel senso che aggredirebbero gli antigeni vaccinali rendendolo inefficace) ed è questa la ragione per cui, in condizioni normali si vaccina intorno ai 4 mesi di età quando ormai gli MDA sono completamente decaduti.
Gli MDA decadono col tempo, sono efficaci nelle prime 4-6 settimane di vita, poi, progressivamente perdono efficacia per azzerarsi entro i 4 mesi: si apre quindi una finestra, indicativamente di due mesi, in cui il gattino non è protetto dagli anticorpi materni ma non può ancora ricevere il vaccino per via delle possibili interferenze: nessun problema se madre e cuccioli vivono in un ambiente "pulito" ma ovviamente non sarebbe accettabile in un gattile o in una casa con diversi gatti e/o elevato turnover. In queste situazioni si può vaccinare già alla 4-6 settimana e ripetere la vaccinazione ogni 20-30 giorni fino al raggiungimento dei 4 mesi.

DOI (Duration of Immunity): si è accennato al fatto che il meccanismo di azione dei vaccini si fonda sulla capacità del sistema immunitario di conservare una memoria di precedenti esposizioni e quindi di rispondere in modo rapido ed efficace a eventuali esposizioni. Tale periodo è generalmente lungo ma non tanto quanto la vita dell'animale: da qui la necessità di richiami periodici, ossia di successive vaccinazioni.
La DOI indica appunto per quanto tempo è garantita l'immunizzazione attiva conseguente al vaccino: questo tempo dipende da tanti fattori (la malattia per cui si vaccina, il tipo di vaccino, l'età dell'animale, ecc.). Anni fa veniva consigliato il richiamo annuale per tutti i normali vaccini che vengono somministrati ai gatti: quelli contro FPV, FHV-1, FCV; altrimenti detti vaccini "core" o RCP (Rinotracheite, Calicivirosi, Panleucopenia). Ad oggi la frequenza di richiamo è posta a tre anni per i gatti che vivono in contesti a basso rischio, e un anno in contesti a rischio (es. gattili).
Qui si riportano indicazioni generali ma la DOI è diversa a seconda del vaccino (RCP, FeLV, ecc.) e del tipo di vaccino (ucciso, MLV) per cui è sempre bene riferirsi ad indicazioni specifiche riportate nelle linee guida e nei foglietti illustrativi dei vaccini.

Tipologie di vaccini

Non tutti i vaccini, anche se per lo stesso agente infettivo sono "uguali": le diverse tecnologie di produzione dei vaccini(1) determinano l'efficacia, la sicurezza, la DOI e la via di somministrazione dei singoli prodotti. È necessario conoscere le differenze fondamentali tra i diversi tipi di vaccino:

Fallimento vaccinale

Innanzitutto va ricordato che nessun vaccino garantisce una copertura del 100% e quindi, anche per i soggetti immunizzati sono importanti le misure igieniche ed è importante evitare l'esposizione; inoltre non va dimenticato che per la stessa malattia i diversi tipi di vaccino hanno diversa efficacia (anche in termini di DOI) e che i vaccini per alcune malattie (es. FHV-1) garantiscono una protezione inferiore rispetto ad altre.
I fallimenti vaccinali, cioè i casi in cui un soggetto vaccinato contrae comunque la malattia per cui è stato vaccinato, non sono però solo attribuibili ai limiti "intrinseci" del vaccino ma ad errori nella schedulazione e nella somministrazione dei vaccini oltre che allo stato di salute dell'animale. Alcune cause possibili sono le seguenti:

Reazioni avverse ai vaccini

I vaccini sono lo strumento più potente, e spesso l'unica difesa efficace contro le malattie infettive: malattie che in molti casi presentano tassi di mortalità superiori al 60% (es. panleucopenia) e contro le quali non esistono cure. Detto ciò, è bene essere consapevoli che la vaccinazione non è del tutto priva di rischi(2) e per questo vanno evitate le vaccinazioni non necessarie (non si vaccina per la rabbia dove non c'è rischio, non si vaccina per FeLV in gatto che vive in appartamento, ecc.) e le sovravaccinazioni (richiami troppo e inutilmente frequenti).

I vaccini, come tutti gli altri farmaci ad uso umano e veterinario, sono sottoposti alla farmacovigilanza: un organismo del Ministero della Salute attraverso il quali medici, farmacisti e cittadini possono (e devono) segnalare le sospette reazioni avverse ad un vaccino o ad un farmaco(3): si parla di "sospette" reazioni avverse in quanto una semplice relazione temporale ("ho somministrato il vaccino e poi è successo questo") NON implica necessariamente una relazione causale, cioè che il farmaco somministrato sia la causa dell'evento osservato (qui un caso di falsa reazione avversa).
Le possibili reazioni avverse al vaccino, sebbene rare (dell'ordine di 1 su 10.000 dosi o inferiori), sono di vario genere e le più comuni (e innocue) sono letargia, febbre, reazioni locali: molto rari i casi di reazione anafilattica e decesso(4).

Entrando più in dettaglio le reazioni avverse possono ricadere in queste categorie:

Soggetti immunocompromessi

L'immunodeficienza è una condizione patologica caratterizzata dalla riduzione della capacità di attivazione e/o effettrice del sistema immunitario; gli agenti immunosoppressori possono essere virus (es. FIV, FeLV), batteri (es. M. tuberculosis), farmaci (es. cortisonici, ciclosporine, chemioterapici, radioterapia) ma anche condizioni patologiche non infettive transienti (es. stati infiammatori, infezioni a diversa eziologia) e/o croniche (es. diabete mellito, IRC, tumori) possono indurre immunosoppressione; inoltre, sebbene rare nel gatto(8), possono esserci immunodeficienze primitive di origine genetica.
Il grado e la severità delle diverse forme di immunodeficienza sono molto diverse e, anche nel caso delle forme più comuni quali FIV e FeLV, l'effettivo stato di compromissione della funzionalità del sistema immunitario deve essere attentamente valutata. Se è acclarato che in presenza di uno stato di immunosoppressione acuto va evitata la vaccinazione, la scelta se vaccinare o meno in presenza di una qualunque condizione patologica che comporti o possa comportare immunosoppressione va presa in relazione al singolo caso e in un'ottica di valutazione rischi-benefici. In altri termini, se in una condizione normale si vaccinano solo animali in buone condizioni di salute, è ragionevole derogare da tale indicazione in presenza di un significativo rischio infettivo (es. rifugi). Nel seguito le raccomandazioni relative ai principali casi di immunocompromissione:

Schema di protocollo vaccinale

In figura si propone uno schema di protocollo vaccinale per "gatti di casa" e per gatti "a rischio" cioè che vivono in rifugi e/o ambienti con molti altri gatti, ad elevato turn-over. Si tratta di uno schema che ovviamente deve essere letto tenendo in considerazione quanto riportato nell'articolo e soprattutto facendo riferimento alle linee guida citate. Da tenere presente che l'immunità conferita dal vaccino per FPV (panleucopenia) è molto più duratura ed efficace di quella conferita dai vaccini per FHV-1 e FCV (herpes e calicivirus).

Schema vaccinale per i vaccini core in gatti ad alto e basso rischio

Per quanto riguarda i gatti di casa che non hanno accesso all'aperto i proprietari tendono a sottovalutare l'importanza delle vaccinazioni in quanto i gatti non avrebbero la possibilità di venire contagiati: vero fino a che restano in casa ma falso se questi gatti devono essere ricoverati o trascorrere un periodo di tempo presso una pensione. In una clinica veterinaria possono infatti essere ricoverati animali con parvovirosi e altre malattie trasmissibili per cui, per quanto professionale sia la gestione, il rischio non è mai zero (e infatti molte cliniche e pensioni richiedono l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione all'accettazione).

Le persone che fanno stalli, e che hanno gatti propri, anche se adulti, devono assolutamente vaccinarli in quanto questi possono essere veicolo dell'infezione; lo stesso "obbligo" vale anche per le persone che per volontariato o per ragioni professionali hanno occasione di entrare in contatto con gatti potenzialmente malati: ricordiamo che il virus della panleucopenia si può trasportare attraverso scarpe ed indumenti.

Vaccinazione nei rifugi e nelle colonie

Nessun vaccino può conferire una protezione immediata e quindi la vaccinazione - da sola - non può essere la soluzione al problema della diffusione delle malattie infettive nei rifugi, e segnatamente, la panleucopenia.
In un altro articolo si è discusso del possibile utilizzo dei sieri immuni come profilassi nei rifugi ma questa tecnica presenta dei limiti (interferenza con le vaccinazioni, possibili reazioni avverse) ed oltretutto i prodotti non sono facilmente reperibili. L'unica soluzione, per quanto difficile da mettere in pratica, è la quarantena e la stretta osservanza delle misure igieniche, di disinfezione ed isolamento. Poi, indubbiamente, è fondamentale che i soggetti residenti siano regolarmente vaccinati secondo il protocollo dei "gatti a rischio".
Quando possibile bisogna vaccinare i gatti almeno una settimana prima dell'ingresso in rifugio (con vaccini MLV che garantiscono un più rapido onset della protezione). Normalmente non si sa se i gatti che entrano in un rifugio siano vaccinati o meno: nel dubbio si deve rivaccinare.
In questi contesti il rischio principale è dato dall'accoglienza di gattini/gatti giovani e dal tenerli insieme, in locali non isolati, in gabbie non adeguatamente disinfettate. Se i gattini in ingresso rappresentano il rischio principale non va dimenticato che anche i gatti adulti asintomatici possono essere escrettori del virus(13) della panleucopenia oltre che dei "normali" virus respiratori (FHV-1 e FCV): ragione per cui è fondamentale che la popolazione residente sia coperta dalle vaccinazioni.

Nelle colonie è impensabile implementare dei regolari protocolli vaccinali ma è bene ricordare nuovamente(11) che è possibile vaccinale i gatti in corso di sterizzazione e che questa pratica garantisce una protezione relativamente efficace.

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